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JOHN E JOE, L’inutilità della ricchezza e del denaro

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JOHN E JOE, L’inutilità della ricchezza e del denaro

JOHN E JOE, L’inutilità della ricchezza e del denaro

E’ andato in scena al Piccolo Eliseo di Roma, “John e Joe”, con la regia di Valerio Binasco. Il progetto nasce da una pièce di Agota Kristoff, scrittrice e drammaturga ungherese, fuggita dal proprio Paese nel 1956, subito dopo l’invasione sovietica. La trama è semplice, asciuttissima : John e Joe, interpretati in modo magnifico da Nicola Pannelli e Sergio Romano, sono due amici nulla tenenti che si incontrano tutti i giorni ad un bar, in una dimensione quasi irreale, immobile nello spazio e nel tempo, evidenziando una serie di atteggiamenti ed esclamazioni ripetitive e circolari. Questo equilibrio si rompe quando John si fa dare dall’amico un biglietto della lotteria e con questo vince 1.000 franchi. Utilizzerà i soldi per comprarsi vestiti nuovi ed una borsa, ma anche per invitare al bar Joe e permettergli di ordinare tutto quello che vuole. Nell’evoluzione della storia Joe s’impadronirà dei soldi, della borsa e dei vestiti, mentre John finirà in carcere. Infine, con i soldi rimasti Joe pagherà la cauzione e permetterà all’amico di tornare libero. Agota Kristoff, genialmente, utilizza due disperati poverissimi per denunciare la crudeltà dei meccanismi economici, la loro ingiustizia, il cinismo casuale, ma al tempo stesso predeterminato. Soltanto chi ne è ai margini può capire fin in fondo, magari anche in modo inconsapevole, l’inutilità del denaro e della ricchezza. La narrazione è crudele ed i dialoghi sono carichi di cattiveria, soprattutto da parte di John. Però, questa cattiveria non riesce ad essere mai dominante, sconfitta dalla profonda innocenza dei due protagonisti, che concede a tutta la pièce un notevole senso lirico e poetico. L’esperienza del Godot beckettiano è sempre presente, ma non si sente mai l’angoscia tipica dello scrittore irlandese : l’amicizia di John e Joe è qualcosa di necessario, costituisce in se stessa un valore umano fondante, che pur nella povertà e nella ripetitività libera dallo stato lunare, straniante e irrisolvibile di “Aspettando Godot”. Valerio Binasco ha saputo cogliere gli elementi fondamentali dello scritto della Kristof nella sua valenza storica e politica, ma soprattutto è stato abile a dirigere i due attori per portarli a rappresentare, anche grazie ad una loro notevole libertà espressiva un percorso più sotterraneo, meno evidente, fatto di maschere e clownerie, una narrazione che parte dai fools shakespeariani, passa alla ricerca goldoniana, fino al teatro contemporaneo ed alle icone del cinema muto, come Buster Keaton. Secondo le parole dello stesso regista,”questi sono personaggi speciali, che prendono su di sé tutto il ridicolo degli uomini senza giudicarlo, quasi senza accorgersene. La gente che li osserva si riconcilia con il ridicolo, e impara a scoprirne la bellezza”.

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Pubblicato da nel 4 luglio 2016 alle ore: 15:29. Archiviato sotto Teatro. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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