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La Venezia Giulia tra annessionismo jugoslavo e resistenza italiana

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la Venezia Giulia tra annessionismo jugoslavo e resistenza italiana

la Venezia Giulia tra annessionismo jugoslavo e resistenza italiana

(Massimiliano Cajola) - Sono scorsi settanta anni da quella mattina del 10 febbraio del 1947 quando al Quai d’Orsay, un attempato diplomatico italiano sconosciuto ai più, richiamato in servizio l’anno prima come segretario della delegazione italiana alla Conferenza di Parigi, Antonio Lupi di Soragna, sottoscrisse a nome dell’Italia, per disposizione dell’assente Ministro degli Esteri Carlo Sforza, il Trattato di Pace con i paesi alleati. Quell’atto, regolato in tono minore da un semplice funzionario, imposto da vincitori ai vinti, poneva fine ad un lungo cammino e si concludeva con una decisa amputazione territoriale delle province orientali. Quel giorno, in quelle stesse ore, a mille chilometri di distanza, risuonavano dinanzi al comando alleato di Pola tre colpi secchi di pistola che uccidevano il rappresentante del governatorato militare, il generale britannico De Winton. Delusione, rabbia e disperazione avevano armato la mano di una maestra elementare di trent’ anni che con quell’atto estremo, che cambiava di segno la cerimonia in corso per il passaggio di status della città, denunciava agli altri italiani e al mondo la condizione del popolo della Venezia Giulia costretto a migrare massivamente per non vivere sotto il nuovo dispotismo della Repubblica socialista jugoslava. Ma come l’allora Presidente del Consiglio e capo dello Stato provvisorio, Alcide De Gasperi, aveva detto sei mesi avanti, nell’agosto del 1946 a Parigi, al Palais du Luxembourg in un fermo e storico discorso ai delegati della Conferenza di Pace, tutto, al di fuori della personale cortesia per la sua figura, tutto era contro l’Italia, un paese che tuttavia aveva dato negli ultimi due anni di guerra di fronte al mondo e agli alleati un contributo non trascurabile per le armi e grande per l’onore. Si pensi al rifiuto massivo opposto dalle centinaia di migliaia di militari che preferirono la sorte incerta di una dura e spesso letale prigionia in Germania all’adesione alla Repubblica sociale, al contributo delle forze armate alla guerra antitedesca e alla lotta resistenziale accanto ai tanti confluiti progressivamente nelle organizzazioni partigiane, in montagna come nelle città. Ma questa ricorrenza che per gli italiani generalmente vale come il ricordo di un atto dovuto da parte di un paese sconfitto e che tuttavia dischiudeva una nuova storica fase, per altri italiani, giuliani, fiumani, dalmati, significa il doloroso ultimo addio alla propria terra, alle case, alle memorie patrie più care.  L’Esodo italiano dalle province orientali, che tocca l’acmè nel mese di febbraio del 1947, a settembre era stabilito il definitivo spostamento del confine nei termini imposti dal Trattato, avrebbe coinvolto oltre trecentomila giuliani, istriani e dalmati. E non fu un esodo indolore, che l’accoglienza di parte comunista fu dalle prime dura, ostile. Ancora ricordano gli anziani, allora giovani e giovanissimi, che i ferrovieri a Bologna bloccarono i treni per non far transitare il treno dei “fascisti” come venivano chiamati i profughi e che a Venezia non dissimile accoglienza venne riservata ai primi approdi della gente istriana. Recentemente con il suo strascico di vivaci polemiche, lo spettacolo musicale di Simone Cristicchi, “Magazzino 18”, ha richiamato l’attenzione di un pubblico più vasto e delle giovani generazioni, sulla vicenda dell’esodo, allargando lo sguardo della memoria oltre il dramma delle foibe, ai mesi successivi la guerra, all’attesa che la trattativa potesse salvare terre di antica civiltà italiana e veneta all’immissione forzosa nella nuova repubblica comunista, quella stessa di cui si erano conosciuti gli emissari nei giorni del settembre ’43 o del maggio 1945. Come andarono quelle trattative alla conferenza di Parigi lo sappiamo. La stessa moderazione del governo che temeva, invocando il principio di nazionalità, per i bacini idrografici dell’Alto Adige, condusse ad una soluzione che apparve ingiusta e punitiva. Soprattutto per Pola, città italianissima inclusa come enclave di zona ‘A’ in quella vasta zona ‘B’ sottoposta all’occupazione jugoslava e comprendente anche tutta l’Istria. Per Pola appunto si sperava ancora mentre per il resto della regione la situazione sembrò dall’inizio già compromessa.
L'istituzione della Giornata del Ricordo nella data del 10 febbraio dunque, a lato del momento propriamente commemorativo ci offre anche l'occasione per tornare a discutere della vicenda giuliana. Avvenimenti che vanno oltre l'emozione che la tragedia delle foibe evoca per inquadrarsi nella storia politica di quell'ultimo biennio di guerra, quando tutta la regione, da Trieste a Fiume, si trovò ad essere contesa dalle velleità annessioniste della Germania prima, attraverso l'Adriatische Kustenland, e dal progetto panslavo di Tito poi. Di quello scontro in cui le formazioni italiane dopo l'otto settembre diedero un alto contributo per preservare quelle terre all'Italia, molti aspetti sono rimasti ancora poco noti. E’ stato talora il cinema a far conoscere ad un pubblico vasto realtà nascoste da una vulgata sottomessa alla ragion politica dei tempi.
Valga per tutti l’episodio della malga di Porzus in Friuli del febbraio 1945, quando i partigiani di una Brigata garibaldina del Natisone vollero punire, le formazioni dei fazzoletti verdi dell’Osoppo che non si accodavano alle direttive militari jugoslave. La strage che ne derivò, la cui commemorazione precede di pochi giorni la ricorrenza giuliana, tornò alla ribalta e venne ricordata al grande pubblico dopo lunga dimenticanza, in occasione del film del regista Renzo Martinelli del 1997 mandato tuttavia in onda dalla RAI, che ne aveva acquisito i diritti, solo molti anni più tardi nel 2012 e questa inspiegabile messa in mora del film sarebbe apparsa come una censura reiterata su una questione ancora off limits per la politica italiana.  Il fatto ci riconduce al clima di esasperata tensione tra quelle che verranno definite dalla storiografia come “le due resistenze”, lo schieramento autonomista che lottava al nazifascismo ma in ogni caso in difesa della invalicabile integrità dei confini nazionali, e quella componente maggioritaria nel partito comunista ossequiente alle direttive togliattiane e al progetto annessionista jugoslavo. Componente maggioritaria, perché non va dimenticato nemmeno che a novembre del ’44 la federazione giuliana del PCI, avendo sostanzialmente respinto la linea proposta dal segretario, era stata decapitata da un ondata di arresti che aveva colpito tutto il CLN triestino che si batteva sul piano politico per difendere la regione e contrastare l’incalzante campagna annessionista. Si parlò allora di delazione ai tedeschi organizzata dai vertici della direzione politico-militare slovena nell'intento di eliminare le resistenze interne degli italiani al progetto jugoslavo. La stessa motivazione che avrebbe mosso il regolamento di conti della letale ritorsione di Porzus.  Ma perché si era arrivati a tanto? In effetti dall'inizio della resistenza jugoslava all'occupazione italiana e tedesca, l’Italia aveva costituito e annessa la popolosa provincia di Lubiana, il leader comunista Tito aveva abbracciato le spinte nazionaliste che rivendicavano alla Jugoslavia non solo i territori che erano stati oggetto di trattativa con il governo italiano a seguito della prima guerra mondiale, ma anche quelli appartenenti all’Italia dal 1866 quando li aveva acquisiti a danno dell’Austria sulla strada dell’irredentismo giuliano.  Quando Togliatti tornò in Italia da Mosca all’indomani dell’armistizio si trovò di fronte alla costruzione di un’unità di azione con l’alleato comunista che esponeva all’assorbimento, nella futura repubblica panslava, di vaste porzioni d’Italia orientale. La posizione definitiva del PCI sulla questione rimase ambiguamente demandata alle sistemazioni del dopoguerra sebbene fosse palese che un’occupazione militare compiuta su quei presupposti già noti, non sarebbe stato facile da far arretrare. Nell’ottobre 1944, contestualmente all’incontro tra Togliatti e il ministro jugoslavo Kardelij, compariva sull’organo del PCI Alta Italia “La nostra lotta”, un documento della massima rilevanza che oltre ad invitare le formazioni partigiane a ”mettersi disciplinatamente sotto il comando operativo” delle forze del maresciallo Tito, invitava “tutti gli antifascisti a combattere come i peggiori nemici della liberazione nazionale del nostro paese e quindi come alleati dei tedeschi e dei fascisti, quanti, con i soliti pretesti fascisti del ‘pericolo slavo’ e del ‘pericolo comunista’, lavorano a sabotare gli sforzi militari e politici dei nostri fratelli slavi (…)”.  Il testo dell’appello, intitolato “Saluto ai nostri amici e alleati occidentali” delineava dunque la posizione ufficiale del partito nei confronti delle pretese, al momento solo militari, del comando jugoslavo. Ma esso appariva soprattutto come un monito nei confronti delle dissidenze interne ed esterne al partito che dividevano le stesse formazioni combattenti partigiane. Autorizzava in definitiva un contrasto frontale che dal piano politico e ideologico era autorizzato a muoversi su un piano di decisa mobilitazione anche su quello militare. Pesavano come macigni quelle parole destinate a colpire le formazioni combattenti che non avessero intenzione di allinearsi, nelle zone di operazioni militari congiunte tra resistenza italiana ed esercito di liberazione titino, alle direttive di quest’ultimo, ponendosi di fatto alle sue dipendenze.
In Friuli le Brigate Osoppo avevano rifiutato di sottomettersi ai comandi sloveni così come invece avevano fatto le formazioni garibaldine. In tal modo saltavano anche gli accordi di collaborazione fraterna tra componenti partigiane di differente estrazione ideologica. Come racconta Tarcisio Petracco nei suoi ricordi di partigiano nel libro del 1994 “La lotta partigiana ai confini orientali (la bicicletta della libertà)” nel novembre ‘44 una missione slovena aveva proposto la formazione di “una divisione unificata Garibaldi-Osoppo che si lasciasse assorbire dall’Armata Rossa. “Sasso” garibaldino aveva tentennato,”Bolla”[ossovano] aveva opposto un energico rifiuto”. Esplodeva così tre mesi dopo, in tutta la sua forza, il contrasto tra quelle due resistenze.
Era dunque allora un ufficiale monarchico di trentaquattro anni, il capitano romano Francesco De Gregori, “Bolla”, zio omonimo del cantautore, a comandare il 7 febbraio 1945 quella brigata delle Osoppo e a pagare per primo, assieme a diciassette compagni, il rifiuto a servire i piani annessionisti anche per il Friuli orientale.  La vicenda è ormai nota e la dinamica politica, le responsabilità chiarite. Essa dette tuttavia vita nel dopoguerra ad un lungo e appassionato processo intentato contro i responsabili della spedizione punitiva dai superstititi dell’Osoppo. Il processo, dopo diversi gradi e condanne, non approdò ad un esito definitivo perché fu concluso dall’amnistia del 1959.  Nella sua Storia dell’Italia partigiana Giorgio Bocca scrive nel 1995 che “L’episodio più nero, più amaro del settarismo è quello di Porzus” e si chiede piuttosto, data la situazione “ come un fatto del genere sia avvenuto una sola volta. Siamo infatti nel punto di cerniera tra il partigianato slavo e quello italiano, in mezzo a passioni nazionalistiche violente, fra giovani sottoposti a propagande ossessive”.  Fatto è però che appunto di regolamenti di conti e di eliminazioni ce ne furono tra l’autunno e l’inverno del ’44-’45 in ogni situazione critica della Venezia Giulia, alcune dirette, altre forse occultate, altre ancora mascherate durante operazioni militari o coperte da operazioni della Gestapo indotte da delazioni interessate.  Tornando al caso di Pola, che sarebbe stata con Fiume la capitale dell’Esodo giuliano, quel contrasto fu egualmente acuto tanto più dopo che vennero a delinearsi nei particolari le atrocità delle foibe alla fine del 1943, con i primi recuperi delle vittime dopo le violenze seguite all’otto settembre e all’occupazione croata dell’Istria. A Pola ritroviamo una figura emblematica che della dinamica politica innestata intorno alle cosiddette due resistenze fu protagonista e probabilmente anche vittima e che si trovò ad operare nella difficile situazione istriana sottoposta alla pressione militare e politica del movimento di liberazione croato il cui obiettivo, dichiarato fin dalla sua assemblea regionale del 13 settembre nella cittadina di Pisino, divenuta per alcune settimane l’epicentro di una prima occupazione slava dell’Istria, era l’annessione della regione al futuro stato socialista di Tito. Parliamo del sottotenente di complemento Giuseppe Callegarini, già noto ai lettori, che svolse in quel drammatico tornante 1943-1944 un’azione di spicco per impedire ciò che il futuro degli eventi avrebbe riservato alla popolazione italiana della regione. La storia appunto dell’Esodo giuliano dalmata dell’autunno- inverno del 1946-’47.  Ma certi avvenimenti che il destino sembra giocare all’improvviso sono stati lungamente covati e preparati. E questo è particolarmente vero per l’Istria dove il fascismo aveva proceduto ad una intransigente politica di snazionalizzazione disperdendo il patrimonio antico di convivenza alacre di popoli diversi ereditato dal governo austriaco e prima ancora dalla millenaria storia di Venezia che aveva negli “sciavi” dei suoi territori i più fedeli difensori. Ma questa è un’altra storia.

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Pubblicato da nel 30 marzo 2017 alle ore: 21:01. Archiviato sotto Memorie,Politiche Culturali. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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